16
dic
09

per la questura 25

ieri sono capitata in questa mini mini (ripeto: mini) manifestazione sindacale a dublino. l’irlanda, negli anni in cui ci ho vissuto, non mi ha mai colpito per la sua coscienza civile, e anche ieri è stato un po’ triste vedere pochissime persone che manifestavano. a quanto pare il paese è sull’orlo di una crisi non molto diversa da quella islandese. quando ci vivevo io (dieci anni fa) la disoccupazione era al 3%. adesso è al 15. il governo continua a tagliare gli stipendi agli statali e a fare anche una campagna mediatica per screditarli: fannulloni, parassiti, ecc. (mmm, ho come un déjà vu).

insomma, ieri questi quattro gatti manifestavano in una via secondaria con una camionetta da cui venivano trasmesse canzoni di protesta. roba di bob dylan, tracy chapman e addirittura we will rock you dei queen.

intanto i prezzi di qualsiasi cosa sono altissimi e la gente si organizza e va a fare la spesa al nord, perché la sterlina conviene.

01
nov
09

traducendo mondi – numero di novembre

E’ online il nuovo numero delle Reti di Dedalus. Io mi occupo della rubrica Traducendo Mondi. Il mio impegno è minimo. Chiedo ai traduttori: ti va di scrivere un articolo? E loro mi rispondono sì e scrivono cose molto belle e interessanti. Come hanno fatto Luisa Doplicher e Elena Doria questo mese. Cliccate sul loro nome e leggete. Grazie a loro e grazie a voi.

29
ott
09

revisionismo

qualche sera fa sul 309. l’autista sbaglia strada

ragazzo: ma com’è che ‘st’auto sta a torna’ indietro?
ragazza: forse c’è un blocco. anzi, no, mi sa che l’autista ha sbagliato proprio strada.
ragazzo: come se non bastasse il traffico dell’ora di punta, mo’ pure il giro panoramico ce fa fa’ questo.
ragazza: questi la strada a volte non la sanno. una volta m’è successo che l’autista m’ha chiesto a me che strada doveva fa’, pensa un po’.
ragazzo: ma te dove scendi?
ragazza: all’altezza di blockbuster.
ragazzo: ah be’ stai vicina. io scendo al capolinea e sto già in ritardo, porco due. ma me pare che già t’ho visto a te. no? me sbaglio?
ragazza: boh, può darsi. all’università.
ragazzo: ah, ma che stai alla sapienza?
ragazza: sì, faccio economia della cooperazione internazionale e dello sviluppo.
ragazzo: ammazza, che nome breve. sicura che nun te sei scordata qualche parola, no?
ragazza: anche tu studi alla sapienza?
ragazzo: no, però bazzico da quelle parti, distribuisco volantini. può esse che t’ho vista là.
ragazza: va bene, io sono arrivata, allora magari ci vediamo davanti all’università uno di questi giorni.
ragazzo: va bene. se mi vedi salutami, mi raccomando.
ragazza: ok. ciao.
ragazzo: ciao.

dopo qualche minuto squilla il telefono del ragazzo

ragazzo: pronto? eh, sì, sto’ a arriva’, è che l’autobus ha fatto un giro de peppe. ah, comunque, senti: mo’ sull’auto sai che è successo? me se accollata una. una che studia ‘na cosa con un nome che non finisce più, economia de quarcosa, boh, chi s’o ricorda. me s’è accollata, nun era manco gnente de che e poi prima de scende me fa: “allora ci vediamo all’università”. e io je faccio: “sì, certo, si me vedi famme ciao”. ‘n poi capi’. vabbe’ dai mo’ te saluto tanto se vedemo fra poco.

20
ago
09

tigre contro tigre

durante una lezione sul concetto di letteratura post-coloniale e l’identità irlandese, declan kiberd, che ho avuto l’immensa fortuna di avere come professore a UCD, citò una frase di wole soyinka che mi è rimasta sempre molto impressa: “a tiger does not shout its tigritude. it acts”.
la citazione mi è tornata in mente in questi giorni perché ho letto e parlato molto dell’identita del traduttore. ho la sensazione che in generale si parli di più di traduzione, che i lettori siano più consapevoli della presenza non invisibile di un mediatore nei libri che non leggono in lingua originale. e anche noi traduttori sui nostri blog o fra di noi (persino in vacanza, ebbene sì) facciamo delle sedute di autocoscienza. ci lamentiamo della scarsa considerazione da parte degli editori, dei lettori, dei giornalisti e ci lamentiamo se ci notano e magari ci criticano pure. ci sforziamo di trovare similitudini per definire meglio ai nostri occhi e a quelli altrui cosa siamo o cosa non siamo e mostriamo insofferenza verso qualsiasi paragone. rivendichiamo il diritto di dichiarare apertamente quanto amiamo il nostro mestiere e ci autodenigriamo quando lo facciamo, affermando che non siamo artisti, non creiamo un bel niente, zitti, muti, testa bassa e pedalare.
io trovo tutto questo estremamente interessante, comprese le critiche virulente dei lettori per i nostri errori e i nostri “tradimenti”, comprese le contraddizioni dei traduttori stessi che dicono di volere di più e un istante dopo affermano che in fondo non ce lo meritiamo. è una confusione fertile, è un passaggio obbligato, è quella che si chiama presa di coscienza.
tornando al discorso sulla tigritudine, kiberd ricordo che ci disse di essere e allo stesso tempo di non essere d’accordo con soyinka. l’obiettivo di qualsiasi scrittura post-coloniale, secondo lui, è quello di arrivare al superamento dell’esigenza di autodefinirsi, ma in un’ottica hegeliana questa è solo la fase finale, la sintesi, il superamento, che non può prescindere da una tesi e un’antitesi. così per lui uno scrittore africano non può ignorare il dibattito sulla negritudine, uno scrittore irlandese non può non chiedersi cosa vuol dire essere irlandese, anche se a molti dà fastidio dover passare per questa via stretta dell’autodefinizione. l’autodefinizione non è mai un punto d’arrivo, ma non possiamo saltarla a piè pari.
ecco, io ho l’impressione che noi traduttori in questo momento storico stiamo attraversando una fase adolescenziale, se vogliamo: brufolosa, omfaloscopica, incazzosa, megalomane, ribelle (con o senza una causa), permalosa, autocelebratoria. stiamo gridando la nostra tigritudine. un giorno diventeremo adulti, non avremo più bisogno di dire cosa siamo e cosa non siamo, l’adolescenza sarà un ricordo. ma finché dura godiamocela.

08
ago
09

sbagliare significa non dover mai dire mi dispiace

obamaobama ha detto che la polizia si era comportata in modo stupido arrestando un professore di colore scambiato per un ladro mentre cercava di entrare in casa sua. e poi obama ha chiesto scusa alla polizia per aver usato la parola “stupid”. non ha detto “mi avete capito male”, “la stampa dell’opposizione ha strumentalizzato le mie parole”, non ha detto che i veri problemi sono altri, non ha fatto finta di niente. ha chiesto scusa. 
ieri berlusconi ha dichiarato che non ritiene di dover chiedere scusa di nulla, né alla nazione né alla sua famiglia. e io non mi meraviglio. non mi meraviglio perché penso che il capo del governo ci somigli molto di più di quanto ci piace ammettere. non somiglia solo ai suoi elettori, somiglia anche a gente che non l’ha mai votato e che non lo voterebbe mai. vorrei che ognuno pensasse agli ambienti che frequenta e riflettesse: quante volte ha sentito chiedere scusa o quante volte ha chiesto scusa negli ultimi tempi? io penso agli ambienti che più mi sono familiari. a scuola la colpa è sempre di un collega, del preside, del ministro, dei genitori, del csa, degli alunni, dei bidelli. non ho mai sentito in questi anni qualcuno che dicesse: “forse ho sbagliato e mi scuso”. nel mondo della traduzione. se c’è qualcosa che non va la colpa è dell’editore, del lettore, del revisore, del collega cane, del collega invidioso, dell’autore, dei giornalisti. colpa “mia” mai. pensiamo ai rapporti interpersonali. ho conosciuto gente che si straccia le vesti davanti alle ingiustizie del mondo, gente impegnata nel sociale, che ha sempre votato a sinistra, e che però dice: “io non mi metto in discussione e non chiedo scusa, perché anche i miei errori fanno di me quello che sono”. e allora c’è poco da meravigliarsi del presidente del consiglio, c’è poco da meravigliarsi che l’indignazione per quello che dice e quello che fa rimanga di maniera e sia inefficace. ci somiglia. la colpa è sempre altrove, chiedere scusa è fuori discussione, se qualcuno ci mette davanti alle nostre contraddizioni o ai nostri sbagli aggrediamo oppure ci eclissiamo. chi ha chiesto scusa per qualcosa negli ultimi mesi, chi ha detto “forse ho sbagliato, fammi rimediare” alzi la mano. 
uno come obama, che sbaglia e chiede scusa, qui in italia ce lo sogniamo perché non ci somiglia, sarebbe un alieno. nel campo dell’assunzione delle nostre responsabilità siamo nell’età della pietra. berlusconi ci somiglia e ci rappresenta più di quanto ci piaccia ammettere. e ce lo meritiamo, sì, ce lo meritiamo.

02
ago
09

traducendo mondi

il divo

il divo

 

mi rendo conto che parlo troppo poco di traduzione su questo blog, chissà perché.
e allora, poniamo subito rimedio. da questo mese curerò la rubrica “traducendo mondi”, sulla rivista online del sindacato nazionale scrittori le reti di dedalus
in questa rubrica si parlerà dei libri che traduciamo, del rapporto con gli autori, di questioni teoriche e pratiche, di temi sindacali, di eventi, di qualsiasi cosa possa riguardare la traduzione letteraria ed editoriale.
il primo numero si apre con un articolo di un traduttore gentiluomo, musicista, idolo delle folle nonché papà del bimbo giulio: luca fusari, che ci parla della sua ultima fatica, rifugiati football club.

15
lug
09

la mia zona

io: pronto?
donna dalle vocali larghissime: buongiorno signora. sono [nome qualsiasi] di infostrada. lo sapeva che da oggi nella sua zona è possibile non pagare più il canone telecom?
io: quale zona?
ddvl: l’italia.
io: grazie, ma non mi interessa.
ddvl: non le interessa poter risparmiare i soldi del canone telecom?
io: no. sto pensando di emigrare.
ddvl: grazie. buongiorno.
io: prego. buongiorno.




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