E’ online il nuovo numero delle Reti di Dedalus. Io mi occupo della rubrica Traducendo Mondi. Il mio impegno è minimo. Chiedo ai traduttori: ti va di scrivere un articolo? E loro mi rispondono sì e scrivono cose molto belle e interessanti. Come hanno fatto Luisa Doplicher e Elena Doria questo mese. Cliccate sul loro nome e leggete. Grazie a loro e grazie a voi.
revisionismo
qualche sera fa sul 309. l’autista sbaglia strada
ragazzo: ma com’è che ’st’auto sta a torna’ indietro?
ragazza: forse c’è un blocco. anzi, no, mi sa che l’autista ha sbagliato proprio strada.
ragazzo: come se non bastasse il traffico dell’ora di punta, mo’ pure il giro panoramico ce fa fa’ questo.
ragazza: questi la strada a volte non la sanno. una volta m’è successo che l’autista m’ha chiesto a me che strada doveva fa’, pensa un po’.
ragazzo: ma te dove scendi?
ragazza: all’altezza di blockbuster.
ragazzo: ah be’ stai vicina. io scendo al capolinea e sto già in ritardo, porco due. ma me pare che già t’ho visto a te. no? me sbaglio?
ragazza: boh, può darsi. all’università.
ragazzo: ah, ma che stai alla sapienza?
ragazza: sì, faccio economia della cooperazione internazionale e dello sviluppo.
ragazzo: ammazza, che nome breve. sicura che nun te sei scordata qualche parola, no?
ragazza: anche tu studi alla sapienza?
ragazzo: no, però bazzico da quelle parti, distribuisco volantini. può esse che t’ho vista là.
ragazza: va bene, io sono arrivata, allora magari ci vediamo davanti all’università uno di questi giorni.
ragazzo: va bene. se mi vedi salutami, mi raccomando.
ragazza: ok. ciao.
ragazzo: ciao.
dopo qualche minuto squilla il telefono del ragazzo
ragazzo: pronto? eh, sì, sto’ a arriva’, è che l’autobus ha fatto un giro de peppe. ah, comunque, senti: mo’ sull’auto sai che è successo? me se accollata una. una che studia ‘na cosa con un nome che non finisce più, economia de quarcosa, boh, chi s’o ricorda. me s’è accollata, nun era manco gnente de che e poi prima de scende me fa: “allora ci vediamo all’università”. e io je faccio: “sì, certo, si me vedi famme ciao”. ‘n poi capi’. vabbe’ dai mo’ te saluto tanto se vedemo fra poco.
obama ha detto che la polizia si era comportata in modo stupido arrestando un professore di colore scambiato per un ladro mentre cercava di entrare in casa sua. e poi obama ha chiesto scusa alla polizia per aver usato la parola “stupid”. non ha detto “mi avete capito male”, “la stampa dell’opposizione ha strumentalizzato le mie parole”, non ha detto che i veri problemi sono altri, non ha fatto finta di niente. ha chiesto scusa.
ieri berlusconi ha dichiarato che non ritiene di dover chiedere scusa di nulla, né alla nazione né alla sua famiglia. e io non mi meraviglio. non mi meraviglio perché penso che il capo del governo ci somigli molto di più di quanto ci piace ammettere. non somiglia solo ai suoi elettori, somiglia anche a gente che non l’ha mai votato e che non lo voterebbe mai. vorrei che ognuno pensasse agli ambienti che frequenta e riflettesse: quante volte ha sentito chiedere scusa o quante volte ha chiesto scusa negli ultimi tempi? io penso agli ambienti che più mi sono familiari. a scuola la colpa è sempre di un collega, del preside, del ministro, dei genitori, del csa, degli alunni, dei bidelli. non ho mai sentito in questi anni qualcuno che dicesse: “forse ho sbagliato e mi scuso”. nel mondo della traduzione. se c’è qualcosa che non va la colpa è dell’editore, del lettore, del revisore, del collega cane, del collega invidioso, dell’autore, dei giornalisti. colpa “mia” mai. pensiamo ai rapporti interpersonali. ho conosciuto gente che si straccia le vesti davanti alle ingiustizie del mondo, gente impegnata nel sociale, che ha sempre votato a sinistra, e che però dice: “io non mi metto in discussione e non chiedo scusa, perché anche i miei errori fanno di me quello che sono”. e allora c’è poco da meravigliarsi del presidente del consiglio, c’è poco da meravigliarsi che l’indignazione per quello che dice e quello che fa rimanga di maniera e sia inefficace. ci somiglia. la colpa è sempre altrove, chiedere scusa è fuori discussione, se qualcuno ci mette davanti alle nostre contraddizioni o ai nostri sbagli aggrediamo oppure ci eclissiamo. chi ha chiesto scusa per qualcosa negli ultimi mesi, chi ha detto “forse ho sbagliato, fammi rimediare” alzi la mano.
uno come obama, che sbaglia e chiede scusa, qui in italia ce lo sogniamo perché non ci somiglia, sarebbe un alieno. nel campo dell’assunzione delle nostre responsabilità siamo nell’età della pietra. berlusconi ci somiglia e ci rappresenta più di quanto ci piaccia ammettere. e ce lo meritiamo, sì, ce lo meritiamo.
traducendo mondi

il divo
mi rendo conto che parlo troppo poco di traduzione su questo blog, chissà perché.
e allora, poniamo subito rimedio. da questo mese curerò la rubrica “traducendo mondi”, sulla rivista online del sindacato nazionale scrittori le reti di dedalus
in questa rubrica si parlerà dei libri che traduciamo, del rapporto con gli autori, di questioni teoriche e pratiche, di temi sindacali, di eventi, di qualsiasi cosa possa riguardare la traduzione letteraria ed editoriale.
il primo numero si apre con un articolo di un traduttore gentiluomo, musicista, idolo delle folle nonché papà del bimbo giulio: luca fusari, che ci parla della sua ultima fatica, rifugiati football club.
la mia zona
io: pronto?
donna dalle vocali larghissime: buongiorno signora. sono [nome qualsiasi] di infostrada. lo sapeva che da oggi nella sua zona è possibile non pagare più il canone telecom?
io: quale zona?
ddvl: l’italia.
io: grazie, ma non mi interessa.
ddvl: non le interessa poter risparmiare i soldi del canone telecom?
io: no. sto pensando di emigrare.
ddvl: grazie. buongiorno.
io: prego. buongiorno.
bisogni materiali
qualche giorno fa parlavo con un amico il quale sosteneva che esistono solo i bisogni materiali, mentre tutti gli altri secondo lui sono indotti.
“il bisogno d’affetto?”, gli ho chiesto. “indotto”. “il bisogno di calore, protezione?”. “un bisogno materiale”.
mi è tornata allora in mente una storia che avevo sentito alle elementari, non so nemmeno quanto fondata. federico II di svevia fa un esperimento per scoprire se esiste una forma di linguaggio innata e non indotta nell’essere umano: fa allevare dei neonati a degli estranei che non gli dimostrano affetto e non gli rivolgono mai la parola. tutti i bisogni materiali vengono soddisfatti puntualmente, ma mai una carezza e mai una parola a questi bambini. la leggenda (o la storia) narra che sono morti tutti nel giro di poco tempo. questo esperimento dimostra che è folle pensare alla reale esistenza di una ursprache, e che le parole e le carezze sono quanto di più materiale esista al mondo.
rendiamo grazie a dio
qualsiasi aggettivo per woodstock di michael wadleigh è sprecato e banale. l’abbiamo visto un po’ tutti nel corso degli anni, a pezzi, in tv, su youtube. la versione integrale dura 225 minuti. è stata proiettata l’altra notte (il film è finito alle 3.30) nel corso del biografilm festival, a bologna (un festival davvero molto interessante e non sufficientemente pubblicizzato). io ho detto: vabbè, guardo un’oretta e poi me ne vado, che domani c’ho il treno presto.
sono rimasta ovviamente fino alla fine.
ora sono stanca, ho caldo e ho anche diverse cose da fare e non riuscirei a ricavare un post sensato e non retorico, visto che in testa mi frullano aggettivi pericolosissimi come “epocale” e paragoni a cose tipo funzioni religiose. perciò è meglio se sto zitta e al posto mio faccio parlare un filmato tratto dal documentario: santana e il suo gruppo che eseguono soul sacrifice. ho scelto questo pezzo perché santana non mi ha mai detto niente, anzi, spesso lo trovo noioso. e quindi il mio non è un giudizio viziato dall’entusiasmo di una fan nostalgica. sapevo che mi sarei commossa vedendo gente tipo janis joplin o jimi hendrix. ma probabilmente è questo il momento più [aggettivo a piacere] di questo [aggettivo a piacere] documentario.
come un uomo sulla terra
l’altra sera sono andata con e. a vedere questo documentario
è una raccolta di testimonianze di uomini e donne etiopi che vivono in italia. parlano dell’odissea nel deserto, della prigione, delle violenze subite dalla polizia libica, di come sono stati venduti e contrabbandati più volte come merci. è asciutto, privo di retorica. al centro di tutto c’è il bisogno di raccontare. un bisogno vitale di ogni uomo sulla terra.
questo è il link al blog del documentario
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com
dove trovare informazioni sul film e sulle varie iniziative legate anche alle manifestazioni di protesta in occasione della visita di gheddafi in italia.
alla fine del film io ed e. abbiamo tratto due conclusioni:
1) ascoltare i racconti di altre storie di vita e di altri dolori è fondamentale per non fossilizzarsi nel proprio mondo e nelle proprie sofferenze. raccontare e ascoltare sono bisogni primari, sono gesti d’amore.
2) l’impegno sociale e politico e l’indignazione per le atrocità del mondo non ci redimono. non ci sono agnelli di dio a togliere i nostri peccati dal mondo. possiamo indignarci e impegnarci socialmente quanto ci pare, ma se siamo incapaci di gestire i rapporti umani con il nostro prossimo, se ci commuovono e ci indignano le sofferenze provocate da altri e non vediamo quella delle persone con cui interagiamo, perché forse l’abbiamo causata o acuita noi stessi, fosse anche solo con la nostra ignavia (l’ignavia del quotidiano è il peccato più comune nel mondo occidentale contemporaneo), non abbiamo capito un cazzo della vita.
ripensavo a queste cose quando, tornando a casa, ho visto sulla metro una signora sola che piangeva. mi sono chiesta se era il caso di chiederle se potevo essere d’aiuto. ho pensato: magari se mi guarda le sorrido. ma non mi ha guardato ed è scesa alla fermata successiva.
sapevatelo
donna liscia: lo sai come mi sento? lo dicevo pure prima a un’altra mia amica: come se avessi invitato da me qualcuno che improvvisamente va in cucina e piscia per terra.
donna riccia: e tu la gente che ti piscia in cucina non la devi invitare più a casa.
dl: sì, ma il discorso è un altro. è che rimani sorpreso davanti un gesto che non t’aspetti. no? quasi non ci credi.
dr: ti devi rassegnare: esistono anche i pisciatori di cucine.
dl: sì, ma il fatto che uno non ti chiede nemmeno scusa. e poi sai come sono io. penso: se m’ha pisciato in cucina evidentemente è perché forse gli ho fatto capire che poteva farlo. cioè, tipo, nella cucina di un’altra persona non ci avrebbe pisciato.
dr: sì, lo so come sei tu. pensi che ha pisciato nella cucina tua perché la cucina tua stimola la minzione. e lo inviti un’altra volta a casa, per vedere se ci ripiscia. e se lo fa je fai pure le analisi delle urine e gliele mandi gratis.
dl: dai, è normale rimanerci male e aspettarsi delle scuse.
dr: è normale di’ a uno che te piscia ‘n cucina: te qua ‘nce metti più piede. ‘a cucina mia è bella e splendente. va’ a piscia’ a casa tua, se popo te scappa.
dl: dici che non so’ io che attraggo i pisciatori?
dr: no, credimi. i pisciatori di cucine esistono. solo che la gente li manna a quer paese molto prima de te.
dl: esistono?
dr: esistono.
dl: e non pisciano solo nella mia cucina?
dr: no, nun fanno distinzioni. so’ incontinenti.
dl: e non chiedono mai scusa?
dr: no, e non ripuliscono nemmeno.
dl: pisciatori di cucine. su rieduchescional ciannel.
dr: menomale che ‘nce sente nessuno.
dl: menomale sì.
sshh
si parla anche per marcare il territorio. dire è spesso un atto di manipolazione e neutralizzazione dell’ascoltatore. è un atto comunicativo che passa attraverso l’ascoltatore ma non mira a raggiungerlo: aneddoti i cui personaggi e il contesto dove si muovono sono privi di appigli per chi ascolta, episodi refrain, incidenti leit-motiv, cavalli di battaglia già sentiti chissà quante volte e ripetuti per un uditorio diverso, con le stesse pause, le stesse battute, palcoscenici virtuali, biografie condensate nel corso di un viaggio in treno, varie forme di name-dropping, nemici assenti che servono per consolidare legami.
io ascolto per mestiere e per attitudine. io mi faccio colonizzare e manipolare per mestiere e attitudine. comincio a essere stanca. oggi durante il viaggio torino-roma avrei pagato il silenzio di due viaggiatrici di cui so praticamente tutto. io in otto ore credo di aver detto solo: “non so qual è la prossima fermata. o follonica o grosseto”. e una mi fa: “che c’entra follonica. è sulla costa adriatica”.
volevo chiederle se la pagavano per dire minchiate. l’avrei presa a schiaffi.
chiare avvisaglie di saturazione. in altri momenti l’avrei trovato divertente. ma ora per me è troppo sapere cosa studia, con chi è fidanzata, quanti incidenti in motorino ha fatto e a cosa è allergica una sconosciuta compagna di viaggio che non sa nemmeno dov’è follonica. è troppo. la raccolta differenziata di parole inutili è lunga e laboriosa e io ho ancora tanti rifiuti di cui disfarmi in modo razionale.
ora ho bisogno di parole necessarie o di silenzio.
shit happens
o per lo meno ha questa tendenza, non la si può biasimare, è la sua natura. il punto è: che farne? come utilizzarla in modo creativo? come farne nascere i fior?
mi sto dedicando molto al mio giardino in questi giorni. fra poco sarà tutto uno sbocciare. sarà bellissimo farci lunghe passeggiate.
(e un grazie di cuore va a chi mi ha generosamente fornito quest’ultima vagonata di ubertoso concime.)

rose rosse per me
ieri mattina finalmente c’era il sole. ho deciso di andare a piedi alla metro: un autobus pieno di adolescenti che urlano e ascoltano canzoni neomelodiche al telefonino non ti riconcilia esattamente con la vita. mentre aspettavo il verde al semaforo sulla tiburtina pensavo alla poesia confidare di antonia pozzi. ci pensavo perché leonora l’altro giorno compiva gli anni e l’ha mandata come regalo ai suoi amici. è una delle sue poesie preferite. anche a me è sempre piaciuta molto. ricordo la prima volta che l’ho letta, a dublino, ricordo che mi è piaciuta e anch’io l’ho mandata ai miei amici. eppure quella poesia non mi ha mai convinto fino in fondo. dice: “mi sembra che saprei aspettare la tua voce in silenzio, per secoli di oscurità”. antonia pozzi non ha aspettato. la poesia dice: “son quieta come l’arabo avvolto nel barracano bianco, che ascolta dio maturargli l’orzo intorno alla casa.” antonia pozzi ha scritto queste parole di una saggezza e di una capacità di amore quasi sovrumane. e si è ammazzata.
dicono che si sia suicidata per amore. attraversando la strada pensavo: non ha senso. massimo ranieri ci insegna che “d’amore non si muore”. massimo ranieri ha ragione. pensavo alla distanza abissale tra la saggezza quasi ascetica delle parole della poesia e la realtà contingente della sua disperazione. pensavo alle cose che antonia scriveva a vittorio sereni (vado a memoria): il tempo delle parole è finito, non ho diritto di chiedere nulla. e pensavo a un’altra poesia di antonia pozzi, meno nobile di confidare, ma più vicina a quello che veramente voleva dire, forse: “tristezza di questa mia bocca che dice le stesse parole tue altre cose intendendo - e questo è il modo della più disperata lontananza”. questa seconda poesia non a caso si chiama sfiducia. l’esatto opposto dell’altra. da una parte dichiara di poter aspettare in eterno e sopportare l’assenza e il silenzio, dall’altra c’è la disperazione per la distanza abissale tra le cose dette e le cose che vorrebbe veramente dire. e la vera antonia dov’era in tutto questo? probabilmente oscillava tra il nobile ideale dell’amore ascetico, dell’attesa senza attesa e la sua realtà contingente ma verissima dell’angoscia per la perdita e l’abbandono: come un pendolo, che è illusione di movimento, mentre è diabolica immobilità. parlava della necessità del silenzio, dell’inutilità delle parole, del fatto di non avere nemmeno diritto a esprimersi. non si muore per amore. si muore perché non si riesce più a sapere qual è la propria voce, non si riesce più a tirarla fuori perché non si sa nemmeno dov’è, perché ci si condanna da soli a un silenzio, a un’attesa a un sacrificio che non portano frutto né sul piano razionale né su quello simbolico.
ieri siccome c’era il sole sono andata a piedi alla stazione di pietralata. non ci vado mai, di solito prendo l’autobus che mi porta a santa maria del soccorso. prima di entrare in stazione ho letto questa scritta sul muro: “uccidersi per amore: ma per chi?” se non avessi paura di fare la figura della sciroccata che interpreta tutto come un segno diretto a lei direi che è stata una risposta alle cose stavo pensando in quel momento, direi che era dio, o massimo ranieri, che mettevano un punto ai miei discorsi: per chi, se non per noi stessi? ma non lo dico. dico solo che entrando in stazione pensavo che è così facile confondere la meta ideale col posto dove siamo realmente, lo facciamo spesso, pensavo che il pendolo ha un movimento inquietante, mortale, e che quando uno è disperato deve fermarsi e per un attimo dimenticare la meta ideale e urlare, perché per progredire veramente bisogna anche sapere quando è giusto fermarsi, e pensavo che anch’io avevo voglia di fermarmi, a prendere un caffè al ginseng, l’unica cosa veramente bevibile del bar di rebibbia.
appunti per un racconto breve
sono sul diretto roma-napoli. correggo le bozze della penultima traduzione consegnata, scorrono lisce. è bello quando ti rileggi e non riconosci più le parole come tue, non ricordi di averle scritte tu. un ragazzo starnutisce forte, una ragazza fa un salto. lui si scusa, dà la colpa a questo tempo incerto. lei dice che uno non sa mai come vestirsi in questo periodo. poi diversi minuti di silenzio. lui è vestito di scuro, giacca e pantaloni, senza cravatta. ha i baffi. sono strani i baffi su un ragazzo sotto i trent’anni. ogni tanto lui la guarda. a un certo punto le chiede se si è spaventata per lo starnuto. lei dice di no. lui dice che l’ha vista un po’ tesa, lei dice che è stanca perché ha fatto tardi ieri, è andata a ballare, ha dormito poco, non ha certo paura che lui le mischi il raffreddore. ha usato il verbo mischiare perché è di napoli. anche lui lo ripete, anche se è di roma e a roma non si usa. lui le dice che ha preso freddo perché la notte scorsa ha dormito in una tenda, a l’aquila. lei non dice niente, torna a leggere il suo libro. a un certo punto lei chiede alle sue amiche perché mai il protagonista del libro, un contralto, deve interrompere la sua carriera di cantante per problemi alla vista. lui le spiega che un cantante ha bisogno degli occhi per leggere gli spartiti, deve guardare il direttore d’orchestra, il maestro del coro. lei lo ringrazia, torna a leggere il libro. il treno si ferma più del dovuto in una stazione. il capotreno passa di corsa di vagone in vagone e chiede se c’è un dottore a bordo. c’è una donna che si è sentita male. dobbiamo aspettare un’ambulanza. il ragazzo chiede se il treno va a napoli centrale o muore prima. la ragazza dice che va a napoli, e sottovoce, ma non tanto aggiunge: quoccos’a sacc’ pur’io. il ragazzo telefona a qualcuno, parla al femminile, una donna. dice che ieri è stato a l’aquila, che la situazione è tragica, che ora sta andando a napoli. ogni tanto usa la parola cazzo, che fa uno strano effetto, suona incongrua. il ragazzo esce un secondo in corridoio. le amiche della ragazza le chiedono se ha visto come la guardava. la ragazza è seccata e lusingata. l’ambulanza arriva e porta via la donna. il treno riparte. il ragazzo torna. la ragazza dorme. il ragazzo prende le sue cose e si trasferisce poco più avanti. dopo un paio di stazioni si spostano anche le amiche della ragazza. le ragazze parlano di università. il ragazzo chiede informazioni sui piani di studio e come fare per diventare insegnante. aggiunge che lui comunque già lavora, fa il mediatore culturale in un campo rom. dice che non capisce perché ci sia in giro tanta intolleranza contro gli zingari. le ragazze dicono: perché rubano. lui dice che non tutti rubano, che molti lavorano il cuoio, il rame. alcuni spacciano. le ragazze dicono che spacciare non è un lavoro e non è meglio che rubare. il ragazzo dice: vabbè, voi quando comprate il fumo non vi ponete di questi problemi. le ragazze dicono, ognuna per conto suo: io non fumo. il ragazzo parla del campo rom bruciato a ponticelli, parla di venezia che è inospitale, troppo cara, non puoi comprarti casa, parla di napoli dove invece ti puoi comprare una casa in centro, napoli è ospitale, accoglie tutti, è multiculturale e multietnica. le ragazze dicono che villa literno è più multiculturale e multietnica di napoli. il ragazzo scoppia a ridere. le ragazze dicono che parlano seriamente. il ragazzo parla di camorra, di nuovo degli zingari che sono l’unico popolo che non ha mai dichiarato guerra a nessuno, parla di teatro e di filumena marturano, di regina bianchi e luca de filippo. io metto via le bozze e mi preparo per scendere. la ragazza che dormiva si unisce alle sue amiche. guardo il golfo e sono contenta che ci sia un po’ di sole. penso che i pezzi di dialogo che ho ascoltato sono interessanti, che se avessi voglia potrei provare a scriverci un racconto. NB: se mai dovessi scriverlo, cercare di rendere il personaggio del ragazzo meno stereotipato. non si deve capire quanto in realtà mi sta sui coglioni.
dentro e fuori
io sono una persona fortunata. lavoro in un posto dal quale ogni giorno torno piena. piena di stimoli, di pensieri, piena delle mie contraddizioni e di quelle degli altri, contraddizioni a volte intricatissime, ma che per il solo fatto che vengono alla luce, perché non ha senso lì dentro nasconderle più di tanto, diventano pietre di un guado. in questo posto io insegno inglese e imparo a pensare.
venerdì si parlava del perdono, di quanto è duro darlo e riceverlo, perché non è una parola che si butta lì per farsi belli, ma la conseguenza di un percorso di vita e maturazione faticosissimo che spesso si decide di non fare. parlavamo della scelta quotidiana di fare il bene o il male. se è possibile fare una distinzione così netta tra bene e male. se esiste il bene, se esiste il male, se esiste la scelta. ovviamente quando ci siamo lasciati non abbiamo risolto nulla, io sono rimasta con le mie contraddizioni, e i miei studenti con le loro, spesso enormi, da sbrogliare. solo una pietra in più di un guado che dura tutta una vita.
io vado ogni giorno in un posto dove insegno inglese e mi viene offerta la possibilità di imparare lentamente cosa vuol dire non giudicare, non odiare, cosa vuol dire prendere il dolore e renderlo costruttivo, e cos’è la responsabilità della scelta quotidiana del bene o di quello che per noi è il bene, e quanto tutto questo sia faticoso fino a sembrare impossibile, ma la sola scelta che abbia un senso. io sono una persona fortunata, anche se spesso dubito di essere all’altezza di questa fortuna.
durante una lezione sul concetto di letteratura post-coloniale e l’identità irlandese,
tu l'hai detto e tu ci sei