Archivio per Dicembre 2008

21
Dic
08

libera cioccia in libero stato

luteromia madre mi racconta questa storia che le raccontava sua madre. negli anni ‘20 nel loro paesino alle porte della ciociaria ogni tanto tornava qualcuno che era emigrato in america, portando con sé un po’ di soldi, una lingua che non era né italiano, né inglese e nemmeno più dialetto, e spesso anche una nuova religione. un gruppetto di protestanti aveva messo su una cioccia (da church) e aveva invitato un pastore da non so quale città più o meno vicina per inaugurarla con il primo sermone. il prete del paese – che era un monsignore, mica l’ultimo dei fessi – disse che questo affronto non si poteva sopportare. martin lutero era un eretico e si era pure sposato, niente meno che con una suora: un debosciato, insomma. il giorno in cui era atteso l’arrivo del pastore organizzò un manipolo di donne e si mise a capo di una processione e tutti insieme intonarono queste parole: “il capo dei protestanti era martin lutero. egli era un fetentone, egli era un lazzarone”. ricordo ancora mia nonna che ogni tanto canticchiava questa nenia, a mo’ di ninna nanna. il maresciallo dei carabinieri consigliò al pastore di starsene a casa per quel giorno. anche se immagino che prima o poi ci sia andato, a inaugurare quella cioccia.

18
Dic
08

non è mai troppo tardi

pickpocketsg: ma perché, federi’, te n’hai mai rubato?
f: no.
g: manco quann’eri piccola, tipo quanno annavi a scola?
f: no. cioè sì, all’asilo. ogni tanto mi portavo dei giochini a casa.
g: i giochini? e basta? tipo nun hai mai rubato la merenda ai compagni de scola? un rossetto ai grandi magazzini?
f: no.
g:…
f: non mi credi o pensi che sono scema?
g: no, scusa, stamme a stenti’. che fai se trovi un portafogli co’ dentro mille euri?
f: non mi è mai successo ma penso che lo porterei  alla polizia.
g: allora sei scema sì. ma che te frega, metti i documenti nella cassetta della posta e te piji li sordi, no?
f: boh, non si può mai dire, ma penso che restituirei tutto, documenti e soldi. ma perché a te non ti farebbe piacere se io trovassi il portafogli tuo e te lo restituissi?
g: sai che farei se tu me lo restituissi? t’inviterei a cena pe’ ringraziatte e poi e te farei pure paga’. aspe’, mo te faccio cade’ io. se trovi cento euri pe’ tera che fai? nun te li prendi?
f: mah, dipende, se li trovo in un posto dove è possibile capire chi li ha potuti perdere…
g: se’, ciao, federi’. te ce vedo che sventoli ’sti cento euri: “scusate, chi li ha persi?” e er primo che passa che te dice: “io. grazie, ciao”. ah federi’, ma ‘ndo vivi, ner monno de le favole? ma se lo perdi tu er portafogli ma chi te lo ridà?
f: mah, forse pochissima gente, però che c’entra? non è che se la maggioranza fa una cosa sbagliata la devo fa’ pur’io. poi non lo so, mi dà fastidio l’idea di creare disagio a un altro, anche se non lo conosco.
g: ‘a federi’, stamme a senti’. mo che esci se trovi un portafogli pijate li sordi e i documenti li metti dentr’a ‘na busta e ar proprietario je scrivi: “ho trovato il tuo portafogli tie’ i documenti. i sordi me li’ so’ presi io. e che pensavi che te mannavo pure quelli? ‘a stronzo!!!” co’ tre punti esclamativi, me raccomanno.
f: vabbe’, dai, mo’ ti saluto. ciao e auguri.
g: ciao, federi’, bona pasqua.

14
Dic
08

quelli che odiano un attimino

confesso(1): io non lo odio. o meglio, un po’ lo trovo lezioso usato come avverbio prima di un aggettivo, esempio: “sono un attimino stanca”, “questo film è un attimino noioso”. ma usato come semplice diminutivo di attimo non capisco perché provochi l’orticaria a tanta gente o perché dovrebbe essere più antipatico di tanti altri diminutivi. ho l’impressione a volte che l’odio per una determinata cosa abbia un effetto aggregante (“eh, noi che odiamo l’attimino, quante ne dobbiamo sentire…”) e dia anche l’illusione di non possedere tutte quelle caratteristiche negative che vengono ad(2) essa attribuite. mi spiego meglio: probabilmente chi per esempio odia i calzini bianchi, peggio ancora con i sandali, vede in tale mise pedestre l’epitome dell’ineleganza, perché è universalmente (e banalmente) considerata tale, e dichiarando di odiarla afferma la sua appartenenza al foltissimo gruppo di “quelli che odiano i calzini bianchi” e si sente immune da possibili forme di cafonaggine vestiaria.

realizzo che questo è un attimino troppo poco fashion anche per me

realizzo che questo è un attimino troppo poco fashion anche per me

un altro odio diffuso che non riesco a condividere è quello per i prestiti linguistici e i calchi in genere, soprattutto dall’inglese(3). le lingue sono vive e si evolvono anche grazie a queste commistioni. ora, che l’influenza dell’inglese sulla nostra lingua risulti antipatica perché figlia dell’egemonia politica, economica e culturale americana, vabbè, lo capisco. ma è lo stesso tipo di influenza che ebbe il latino secoli fa su paesi anche geograficamente lontani dall’italia, come la romania, che conserva tale pesante impronta tuttoggi nel nome. sono cose normali, ovvie. è anche ovvio, normale e fisiologico che i parlanti oppongano una certa resistenza all’invasione, che non adottino tout-court(4) la lingua dell’interlocutore più forte o dell’invasore. anche se a volte alla fine succede, come in irlanda, ma è un sacrificio che si fa per sopravvivere e contare di più politicamente.
è interessante per esempio osservare che le lingue neolatine hanno adottato la parola di origine germanica per guerra ma hanno conservato quella per pace, come è interessante l’uso che i giovani (soprattutto i ggiovani) di oggi fanno di parole inglesi come fashion, utilizzata con funzione attributiva, esempio: “anvedi che capelli fashion che te sei fatto”(5). probabilmente guerra indicava qualcosa di diverso da bellum, un nuovo concetto di combattimento, come fashion indica nella mente di molti borgatari qualcosa che non è semanticamente coperto dalla locuzione “alla moda”.
con questo non voglio certo dire chi se ne frega, devastiamo a randellate la lingua italiana, usiamo problematica a posto di problema(6), scriviamo pò perchè e usiamo k a tutto spiano, parliamo come rossano dell’isola dei famosi o come un fottutissimo film doppiato. io credo che una lingua sana abbia comunque gli anticorpi per difendersi da degenerazioni senza possibilità di ritorno. e secondo me l’italiano è ancora una lingua viva e sana. ma i prestiti, i calchi, gli imbarbarimenti che nonostante le resistenze si impongono nell’uso e resistono a mode passeggere probabilmente vanno a colmare un vuoto semantico o esprimono un cambiamento di percezione nei confronti di un concetto che è già espresso da una parola, ma che assume connotazioni nuove che quella parola non può più coprire.

insomma, ritengo che le “battaglie contro” abbiano vita breve e siano destinate a fallire. e concludo questo post con le parole di nanni moretti, tratte da aprile:

Devo filmare quello che mi piace, non le cose brutte. Gli stilisti espongono le loro collezioni in un museo di Firenze… E perché devo andare a filmare? C’è una pazza che si mette in mostra con le sue operazioni di chirurgia plastica dentro un museo… E chi se ne importa! I ritagli che ho accumulato in più di vent’anni solo perché mi facevano arrabbiare: via! Tutto via! 

(1) immagino che ci sia anche qualcuno che odi quelli che scrivono tutto in minuscolo. quando scrivo a mano, o nelle cose ufficiali, e ovviamente nei libri che traduco è una cosa che non faccio. ma per il blog e per le mail mi è sempre sembrato più bellino così, non so perché.
(2) la d eufonica prima di esso è accettata e consigliata nelle norme redazionali di quasi tutte le case editrici.
(3) sono pronta alla lapidazione, ma io non odio, e forse a volte persino uso realizzare nel senso di “rendersi conto”, fosse solo perché è una parola invece di due.
(4) i prestiti dal francese invece fanno fine e colto, vedi anche il “mise” di sopra. meno male.
(5) ho chiesto ai miei alunni cosa vuol dire secondo loro fashion e solo un tunisino l’ha ricondotto a moda, gli italiani pensavano fosse imparentato con fascino. tra l’altrio fashion è una parola che è entrata in inglese tramite il francese façon che a sua volta deriva dal latino factio. ci siamo ripresi ciò che era nostro, dai.
(6) devo ammettere che in questi casi l’orticaria viene pure a me.

09
Dic
08

rebibbia: capolinea. si prega di scendere

metrobquesto è l’annuncio che mi ricorda ogni mattina che devo scendere dalla metro: il viaggio è finito, comincia la mia giornata lavorativa. e mi ricorda anche, come un piccolo memento mori, che per via del dimensionamento, del riassetto dell’istruzione, in parole povere per via dei massicci tagli alla scuola pubblica, la mia esperienza di insegnamento in carcere probabilmente non andrà oltre quest’anno. un anno preziosissimo.
cito un brano tratto da maggio selvaggio di edoardo albinati. il libro è di dieci anni fa. le cose sono un po’ cambiate da allora, ma non molto, in fondo.

Il carcere come insegnamento in condizioni limite.
Nascosto nel cuore di questi punti problematici, di queste contraddizioni fortissime, sta anche il perché dell’orgoglio o puntiglio o dedizione che si possono riscontrare negli insegnanti di prigione, persino in quelli logorati da anni di mestiere: per usare il linguaggio della galera, i ‘recidivi’. In fondo non hanno niente di diverso da quelli che lavorano fuori. Lo stesso grumo di passione e delusione, la medesima sensazione di vivere al tempo stesso una disgrazia e un privilegio. Anzi, si potrebbe pensare che la scuola in carcere non sia altro che un laboratorio dove si sperimentano i criteri essenziali dell’insegnamento. Costretta a lavorare in condizioni limite, di estremo disagio, e sollecitate alle massime tensioni, la scuola mette alla prova se stessa, i suoi metodi, i suoi materiali, i suoi uomini. Bisognerebbe esportare i risultati dell’esperimento: quel che fallisce va abbandonato (per esempio, certi programmi ministeriali), quello che resiste alle altissime temperature o agli inverni carcerari, forse potrà funzionare anche fuori.

03
Dic
08

pe’ fa’ la vita meno amara

petrolini1

 

 

tornando oggi dalla lezione di chitarra.
un signore: oh, che strumento c’hai lì dentro? che soni?
io: la chitarra.
il signore: vai che sei ‘a mejo.
io: avoglia.

sono dialoghi estemporanei e deliranti come questo che cambiano completamente il colore di una giornata e mi fanno capire perché nonostante tutto ancora non me ne voglio andare da roma.




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