ieri mattina finalmente c’era il sole. ho deciso di andare a piedi alla metro: un autobus pieno di adolescenti che urlano e ascoltano canzoni neomelodiche al telefonino non ti riconcilia esattamente con la vita. mentre aspettavo il verde al semaforo sulla tiburtina pensavo alla poesia confidare di antonia pozzi. ci pensavo perché leonora l’altro giorno compiva gli anni e l’ha mandata come regalo ai suoi amici. è una delle sue poesie preferite. anche a me è sempre piaciuta molto. ricordo la prima volta che l’ho letta, a dublino, ricordo che mi è piaciuta e anch’io l’ho mandata ai miei amici. eppure quella poesia non mi ha mai convinto fino in fondo. dice: “mi sembra che saprei aspettare la tua voce in silenzio, per secoli di oscurità”. antonia pozzi non ha aspettato. la poesia dice: “son quieta come l’arabo avvolto nel barracano bianco, che ascolta dio maturargli l’orzo intorno alla casa.” antonia pozzi ha scritto queste parole di una saggezza e di una capacità di amore quasi sovrumane. e si è ammazzata.
dicono che si sia suicidata per amore. attraversando la strada pensavo: non ha senso. massimo ranieri ci insegna che “d’amore non si muore”. massimo ranieri ha ragione. pensavo alla distanza abissale tra la saggezza quasi ascetica delle parole della poesia e la realtà contingente della sua disperazione. pensavo alle cose che antonia scriveva a vittorio sereni (vado a memoria): il tempo delle parole è finito, non ho diritto di chiedere nulla. e pensavo a un’altra poesia di antonia pozzi, meno nobile di confidare, ma più vicina a quello che veramente voleva dire, forse: “tristezza di questa mia bocca che dice le stesse parole tue altre cose intendendo - e questo è il modo della più disperata lontananza”. questa seconda poesia non a caso si chiama sfiducia. l’esatto opposto dell’altra. da una parte dichiara di poter aspettare in eterno e sopportare l’assenza e il silenzio, dall’altra c’è la disperazione per la distanza abissale tra le cose dette e le cose che vorrebbe veramente dire. e la vera antonia dov’era in tutto questo? probabilmente oscillava tra il nobile ideale dell’amore ascetico, dell’attesa senza attesa e la sua realtà contingente ma verissima dell’angoscia per la perdita e l’abbandono: come un pendolo, che è illusione di movimento, mentre è diabolica immobilità. parlava della necessità del silenzio, dell’inutilità delle parole, del fatto di non avere nemmeno diritto a esprimersi. non si muore per amore. si muore perché non si riesce più a sapere qual è la propria voce, non si riesce più a tirarla fuori perché non si sa nemmeno dov’è, perché ci si condanna da soli a un silenzio, a un’attesa a un sacrificio che non portano frutto né sul piano razionale né su quello simbolico.
ieri siccome c’era il sole sono andata a piedi alla stazione di pietralata. non ci vado mai, di solito prendo l’autobus che mi porta a santa maria del soccorso. prima di entrare in stazione ho letto questa scritta sul muro: “uccidersi per amore: ma per chi?” se non avessi paura di fare la figura della sciroccata che interpreta tutto come un segno diretto a lei direi che è stata una risposta alle cose stavo pensando in quel momento, direi che era dio, o massimo ranieri, che mettevano un punto ai miei discorsi: per chi, se non per noi stessi? ma non lo dico. dico solo che entrando in stazione pensavo che è così facile confondere la meta ideale col posto dove siamo realmente, lo facciamo spesso, pensavo che il pendolo ha un movimento inquietante, mortale, e che quando uno è disperato deve fermarsi e per un attimo dimenticare la meta ideale e urlare, perché per progredire veramente bisogna anche sapere quando è giusto fermarsi, e pensavo che anch’io avevo voglia di fermarmi, a prendere un caffè al ginseng, l’unica cosa veramente bevibile del bar di rebibbia.
Archivio per Aprile 2009
rose rosse per me
appunti per un racconto breve
sono sul diretto roma-napoli. correggo le bozze della penultima traduzione consegnata, scorrono lisce. è bello quando ti rileggi e non riconosci più le parole come tue, non ricordi di averle scritte tu. un ragazzo starnutisce forte, una ragazza fa un salto. lui si scusa, dà la colpa a questo tempo incerto. lei dice che uno non sa mai come vestirsi in questo periodo. poi diversi minuti di silenzio. lui è vestito di scuro, giacca e pantaloni, senza cravatta. ha i baffi. sono strani i baffi su un ragazzo sotto i trent’anni. ogni tanto lui la guarda. a un certo punto le chiede se si è spaventata per lo starnuto. lei dice di no. lui dice che l’ha vista un po’ tesa, lei dice che è stanca perché ha fatto tardi ieri, è andata a ballare, ha dormito poco, non ha certo paura che lui le mischi il raffreddore. ha usato il verbo mischiare perché è di napoli. anche lui lo ripete, anche se è di roma e a roma non si usa. lui le dice che ha preso freddo perché la notte scorsa ha dormito in una tenda, a l’aquila. lei non dice niente, torna a leggere il suo libro. a un certo punto lei chiede alle sue amiche perché mai il protagonista del libro, un contralto, deve interrompere la sua carriera di cantante per problemi alla vista. lui le spiega che un cantante ha bisogno degli occhi per leggere gli spartiti, deve guardare il direttore d’orchestra, il maestro del coro. lei lo ringrazia, torna a leggere il libro. il treno si ferma più del dovuto in una stazione. il capotreno passa di corsa di vagone in vagone e chiede se c’è un dottore a bordo. c’è una donna che si è sentita male. dobbiamo aspettare un’ambulanza. il ragazzo chiede se il treno va a napoli centrale o muore prima. la ragazza dice che va a napoli, e sottovoce, ma non tanto aggiunge: quoccos’a sacc’ pur’io. il ragazzo telefona a qualcuno, parla al femminile, una donna. dice che ieri è stato a l’aquila, che la situazione è tragica, che ora sta andando a napoli. ogni tanto usa la parola cazzo, che fa uno strano effetto, suona incongrua. il ragazzo esce un secondo in corridoio. le amiche della ragazza le chiedono se ha visto come la guardava. la ragazza è seccata e lusingata. l’ambulanza arriva e porta via la donna. il treno riparte. il ragazzo torna. la ragazza dorme. il ragazzo prende le sue cose e si trasferisce poco più avanti. dopo un paio di stazioni si spostano anche le amiche della ragazza. le ragazze parlano di università. il ragazzo chiede informazioni sui piani di studio e come fare per diventare insegnante. aggiunge che lui comunque già lavora, fa il mediatore culturale in un campo rom. dice che non capisce perché ci sia in giro tanta intolleranza contro gli zingari. le ragazze dicono: perché rubano. lui dice che non tutti rubano, che molti lavorano il cuoio, il rame. alcuni spacciano. le ragazze dicono che spacciare non è un lavoro e non è meglio che rubare. il ragazzo dice: vabbè, voi quando comprate il fumo non vi ponete di questi problemi. le ragazze dicono, ognuna per conto suo: io non fumo. il ragazzo parla del campo rom bruciato a ponticelli, parla di venezia che è inospitale, troppo cara, non puoi comprarti casa, parla di napoli dove invece ti puoi comprare una casa in centro, napoli è ospitale, accoglie tutti, è multiculturale e multietnica. le ragazze dicono che villa literno è più multiculturale e multietnica di napoli. il ragazzo scoppia a ridere. le ragazze dicono che parlano seriamente. il ragazzo parla di camorra, di nuovo degli zingari che sono l’unico popolo che non ha mai dichiarato guerra a nessuno, parla di teatro e di filumena marturano, di regina bianchi e luca de filippo. io metto via le bozze e mi preparo per scendere. la ragazza che dormiva si unisce alle sue amiche. guardo il golfo e sono contenta che ci sia un po’ di sole. penso che i pezzi di dialogo che ho ascoltato sono interessanti, che se avessi voglia potrei provare a scriverci un racconto. NB: se mai dovessi scriverlo, cercare di rendere il personaggio del ragazzo meno stereotipato. non si deve capire quanto in realtà mi sta sui coglioni.
dentro e fuori
io sono una persona fortunata. lavoro in un posto dal quale ogni giorno torno piena. piena di stimoli, di pensieri, piena delle mie contraddizioni e di quelle degli altri, contraddizioni a volte intricatissime, ma che per il solo fatto che vengono alla luce, perché non ha senso lì dentro nasconderle più di tanto, diventano pietre di un guado. in questo posto io insegno inglese e imparo a pensare.
venerdì si parlava del perdono, di quanto è duro darlo e riceverlo, perché non è una parola che si butta lì per farsi belli, ma la conseguenza di un percorso di vita e maturazione faticosissimo che spesso si decide di non fare. parlavamo della scelta quotidiana di fare il bene o il male. se è possibile fare una distinzione così netta tra bene e male. se esiste il bene, se esiste il male, se esiste la scelta. ovviamente quando ci siamo lasciati non abbiamo risolto nulla, io sono rimasta con le mie contraddizioni, e i miei studenti con le loro, spesso enormi, da sbrogliare. solo una pietra in più di un guado che dura tutta una vita.
io vado ogni giorno in un posto dove insegno inglese e mi viene offerta la possibilità di imparare lentamente cosa vuol dire non giudicare, non odiare, cosa vuol dire prendere il dolore e renderlo costruttivo, e cos’è la responsabilità della scelta quotidiana del bene o di quello che per noi è il bene, e quanto tutto questo sia faticoso fino a sembrare impossibile, ma la sola scelta che abbia un senso. io sono una persona fortunata, anche se spesso dubito di essere all’altezza di questa fortuna.
dal blog di una mia amica
sembra un concetto banale, ma non lo è: l’unico modo per farsi sentire è parlare forte e chiaro a chi di dovere.
http://www.elenadoria.it/blog/fatebenefratelli-a-napoli/

tu l'hai detto e tu ci sei