durante una lezione sul concetto di letteratura post-coloniale e l’identità irlandese, declan kiberd, che ho avuto l’immensa fortuna di avere come professore a UCD, citò una frase di wole soyinka che mi è rimasta sempre molto impressa: “a tiger does not shout its tigritude. it acts”.
la citazione mi è tornata in mente in questi giorni perché ho letto e parlato molto dell’identita del traduttore. ho la sensazione che in generale si parli di più di traduzione, che i lettori siano più consapevoli della presenza non invisibile di un mediatore nei libri che non leggono in lingua originale. e anche noi traduttori sui nostri blog o fra di noi (persino in vacanza, ebbene sì) facciamo delle sedute di autocoscienza. ci lamentiamo della scarsa considerazione da parte degli editori, dei lettori, dei giornalisti e ci lamentiamo se ci notano e magari ci criticano pure. ci sforziamo di trovare similitudini per definire meglio ai nostri occhi e a quelli altrui cosa siamo o cosa non siamo e mostriamo insofferenza verso qualsiasi paragone. rivendichiamo il diritto di dichiarare apertamente quanto amiamo il nostro mestiere e ci autodenigriamo quando lo facciamo, affermando che non siamo artisti, non creiamo un bel niente, zitti, muti, testa bassa e pedalare.
io trovo tutto questo estremamente interessante, comprese le critiche virulente dei lettori per i nostri errori e i nostri “tradimenti”, comprese le contraddizioni dei traduttori stessi che dicono di volere di più e un istante dopo affermano che in fondo non ce lo meritiamo. è una confusione fertile, è un passaggio obbligato, è quella che si chiama presa di coscienza.
tornando al discorso sulla tigritudine, kiberd ricordo che ci disse di essere e allo stesso tempo di non essere d’accordo con soyinka. l’obiettivo di qualsiasi scrittura post-coloniale, secondo lui, è quello di arrivare al superamento dell’esigenza di autodefinirsi, ma in un’ottica hegeliana questa è solo la fase finale, la sintesi, il superamento, che non può prescindere da una tesi e un’antitesi. così per lui uno scrittore africano non può ignorare il dibattito sulla negritudine, uno scrittore irlandese non può non chiedersi cosa vuol dire essere irlandese, anche se a molti dà fastidio dover passare per questa via stretta dell’autodefinizione. l’autodefinizione non è mai un punto d’arrivo, ma non possiamo saltarla a piè pari.
ecco, io ho l’impressione che noi traduttori in questo momento storico stiamo attraversando una fase adolescenziale, se vogliamo: brufolosa, omfaloscopica, incazzosa, megalomane, ribelle (con o senza una causa), permalosa, autocelebratoria. stiamo gridando la nostra tigritudine. un giorno diventeremo adulti, non avremo più bisogno di dire cosa siamo e cosa non siamo, l’adolescenza sarà un ricordo. ma finché dura godiamocela.
20
ago
09
sulla diffusione ho già fatto la mia parte, ma aggiungerei, a proposito di “…un giorno diventeremo adulti, non avremo più bisogno di dire cosa siamo e cosa non siamo”: “Se ci lasciano” (perché dipende massimamente, ma non solo da noi). Baci.
grazie cara, tu ormai sei l’unica che commenta sul blog e non su facebook. ah, mi si notava di più quando non c’ero…
Mi hanno chiesto “Professione?”
E io “Mah…traduco.”
Zac. Me lo sono ritrovato nero su bianco, sulla carta d’identità. E di colpo mi sono sentita tronfia (ero al secondo romanzo, adesso dopo un anno, sono solo a quattro e niente di nuovo sul fronte editoriale. Nel frattempo mi è cresciuta la pancia e ha cominnciato a muoversi, e io dubito che in due riusciremo a vivere di parole).
ciao valentina, in bocca al lupo a te e al piccolo.
purtroppo è un dato di fatto che in italia (e mi pare di capire anche in molti paesi europei) è impossibile vivere di sola traduzione letteraria. io insegno, altri fanno anche traduzioni tecniche, altri ancora fanno i redattori (altro mestiere malpagato). insomma, non è un mezzo gaudio, ma un male comunissimo sì.
Già, lo so. A Milano le redazioni abbondano e finché abitavo lì, pochi soldi, ma c’erano, e comunque era il “mio” campo. Ora che per forza di cosa son ritornata nel profondo sud, la vedo dura, nonostante qualche contatto sopravisssuto al trasferimento. Ma non voglio lagnarmi, il compito lo lascio al piccolo inquilino, e solo per poco, ché poi spero di insegnarli a pugnare, un po’ per gioco, un po’ sul serio. Diventare adulti, dicevi?
e gridiamola, allora, la nostra traduttoritudine (?).
firmato: una dilettante entusiasta, ossia adolescente in toto.
barbara, accussì te ne vaje! (mi riferisco a fb, of course)
eh, già.
solo che tutto questo virtuale mi inghiotte, perché io soffro di iperbolite, quindi faccio tutto in modo esagerato, anche star detro ai test cretini di fb, e alla fine divento frenetica come una scimmia.
ma tanto, essendo anche obsoleta, ora che i blog vanno meno di moda perché meno concentrati e troppo lunghi da leggere, io mi ci ributto a pesce, quindi sai dove trovarmi.
xD